©La Fabbrica di Pennarelli 

di Alessandra Balla, giornalista e scrittrice

La giornata era volata in un attimo.

-Mi raccomando Penelope fai la brava – le disse sua madre dandole un bacio, prima di partire.

– Testolina riccioluta via quel broncio, adesso noi due ci prepariamo una cenetta –

La nonna aveva sempre la frase giusta per far tornare il sorriso a Penelope. Dopo aver impiastricciato in cucina si sedettero a tavola. Penni mangiò tutto dal primo fino al dolce. Le era mancata quell’atmosfera e quelle piacevoli cene a casa. Sua madre era sempre troppo indaffarata per cucinare, mangiavano spesso cose veloci e facili da preparare. Suo padre invece era un cuoco provetto, il sabato cucinava sempre per lei e la mamma. Si metteva in testa un enorme cappello di carta bianca e un simpatico grembiule. Ridevano a crepapelle, mangiando fino a scoppiare. Il sabato del cuoco le mancava da morire.

Finito di cenare le era venuto un grosso nodo alla gola. Penelope la conosceva bene quella sensazione, le era successo così tante volte da non farci quasi più caso. Non era come la paura che provava alla vista di un ragno, ma era lo stesso una paura. La chiamava paura “del non so che”. Arrivava sempre puntuale la sera prima di addormentarsi. La combatteva così: abbracciava per un po’ il suo papero Giordano nel letto e poi, non appena la mamma chiudeva gli occhi, le si appollaiava vicino senza che se ne accorgesse. Bastava quella vicinanza per tranquillizzarsi e riuscire a dormire.

– Nonna ma tu hai mai paura? – le chiese mentre era intenta a lavare i piatti.

– Oh piccola scapigliata, certo che ho paura – rispose sua nonna asciugando i bicchieri.

– Veramente? La sera prima di andare a dormire mi viene sempre una strana paura così mi infilo nel letto della mamma. Ma questa sera la mamma non c’è – pensò Penelope senza dire nulla a sua nonna e assumendo un’espressione triste.

– Penni asciugati le mani che ti mostro un segreto –

Così la nonna si incamminò lenta verso la camera da letto e la piccola la seguì in silenzio.

– Quando tua madre era una bambina come te aveva paura del buio, della pioggia e dei brutti sogni – mentre la nonna raccontava iniziò ad armeggiare con i cuscini e le lenzuola. Li tirò via dal letto e dopo averne fatto un mucchio li buttò per terra, creando una capanna alla buona.

– Ecco Penni – disse – questa è la capanna dei sogni che ti proteggerà da ogni paura, l’abbiamo costruita io e tua madre –

A Penelope sembrava solo un mucchio di cuscini e lenzuola spiegazzate, non certo una capanna.

Ma quindi anche la mamma ha paura?

– Non sai nemmeno quanta, solo che i grandi sono un po’ particolari. Quando hanno paura si vergognano a dirlo – Ma proprio tutti i grandi hanno paura? –

– Certo, spesso ne hanno più dei piccoli Penni –

– E che fanno quando hanno paura? –

La nonna questa volta non sapeva rispondere a una domanda tanto difficile.

– Che scemi questi adulti- continuò Penelope – dovrebbero dirlo invece di fare tutto da soli. Io abbraccio Giordano e passa la paura, facile no? –

– Facilissimo! – sghignazzò sua nonna.

– Va bene, facciamo però che se tu hai paura me lo dici e io ti abbraccio come fa Giordano con me, così passa? –

– Ci sto piccola scapigliata, ci sto. Ora dormi e sogna, che per sognare bisogna essere coraggiosi mica essere grandi. Buonanotte Penni – nonna Carmela le diede un bacio sulla fronte.

– Nonna aspetta! – la richiamò Penelope – ma come si usa questa capanna? –

Tu sogna piccola mia il resto verrà da sé

– Buonanotte nonna e sogni d’oro – strinse Giordano tra le braccia, si rannicchiò tra i cuscini e le lenzuola spiegazzate e chiuse gli occhi.

Sembrava come se qualcuno avesse spento all’improvviso la luce. Era tutto nero. Penelope si stropicciò gli occhi per vedere meglio, ma il paesaggio non cambiò il suo aspetto: gli alberi, le case e il cielo erano opachi e sfumati di grigio.

– Giordano ma che fine hanno fatto i colori? – chiese scioccata alla vista di un paesaggio irriconoscibile.

Penelope esaminò attentamente il suo amico e felice notò che era rimasto tale e quale. Il manto di un bianco acceso, il becco e le zampe arancio e il papillon rosso. Poi si passò in rassegna e per fortuna notò che anche lei era rimasta a colori, niente bianco e nero.

– Secondo me stiamo dormendo, un pizzicotto ed è fatta- disse rivolgendosi al papero.

Diede un pizzico a Giordano e poi si pizzicò la guancia

– Ahia! – esclamò strofinandosi il rossore.

Visto che non successe nulla i due decisero di proseguire il loro viaggio per vedere che cosa ci fosse aldilà della collina, cha stava bella dritta davanti a loro. Il cielo era scuro e coperto da una fitta nebbia che nascondeva ogni colore. L’erba non era più verde, ma di un grigio intenso come se qualcuno ci avesse gettato sopra una spessa colata di cemento. Persino i fiori erano diversi e non ce ne era nemmeno uno colorato: alcuni erano neri e altri grigi, o con minuscole sfumature bianche. Fecero un bel pezzo di strada a piedi, guardandosi intorno alla ricerca di qualcosa di colorato. Ma niente tutto era tristemente grigio. Camminarono a lungo fino a quando non si trovarono a un bivio. Le indicazioni, pure queste nere, segnalavano con delle frecce tre svolte. Una freccia puntava a destra e indicava “Città di Nebulosa”. Sul cartello con la freccia a sinistra appariva il nome: “Strada Sbiadita”. Mentre l’ultimo senza alcuna indicazione, ma più grande degli altri, segnalava “Fabbrica di Pennarelli”. Dopo aver fatto la conta per scegliere da che parte andare i due amici imboccarono la strada verso la Città di Nebulosa.

Superata la collina si trovarono di fronte a una grande porta scura. Spinsero piano la maniglia ed entrarono nella Città di Nebulosa. La città era tale e quale alle città che Penelope conosceva, con l’unica differenza che qui non c’era alcun colore. Le case, la piazza e i negozi non erano altro che ombre appoggiate su di un foglio bianco. A Penelope vennero in mente i libroni da colorare che spesso le comprava suo padre. Pagine e pagine di sagome da riempire a piacere con i colori.

-Giordano se avessi i miei pennarelli colorerei tutte queste cose- disse al papero scontenta da quella vista in bianco e nero.

Nella Città di Nebulosa non solo gli edifici erano privi di colore, ma anche le persone che ci abitavano. Senza colori ogni cosa sembrava uguale all’altra, era solo la fotocopia della fotocopia dello stesso disegno. Passeggiando per le vie della città Penelope  si rese conto di non essere molto gradita agli abitanti: alcuni la guardavano spaventati, altri si fermavano a fissarla stupiti, altri ancora sembravano arrabbiati e allungavano il passo. Alcuni addirittura cambiavano strada.

– Giordano ma che hanno tutti? – domandò la piccola viaggiatrice un po’ frastornata dalla situazione.

Alla loro vista si chiusero le finestre, i negozi serrarono le saracinesche e in men che non si dica non c’era più nessuno per le vie delle città.

– Perché ci guardano tutti, che cosa abbiamo fatto? – con tanti punti interrogativi nella testa, Penni rincorse una donna che stava rientrando a casa.

– Signora – la interruppe sull’uscio – vorrei sapere… –

Neanche il tempo di finire la frase che la donna era già rincasata, sbattendole la porta in faccia.

Penelope non capiva il perché di questo comportamento, si sentiva mortificata come se avesse fatto qualcosa di sbagliato. Era dispiaciuta e amareggiata per essere trattata in modo tanto cattivo da persone che nemmeno conosceva e soprattutto senza una valida motivazione.

Mentre se ne stava in un angoletto con il muso lungo le si avvicinò un ragazzino più o meno della sua età. Sembrava un’ombra scura e fina, con degli occhi grandi e di un nero intenso.

– Tu devi essere proprio matta – esordì lui.

– Matta, perché? – rispose Penelope.

– Hai anche la faccia tosta di chiedermi il perché, ma non ti sei vista? –

– Certo che mi sono vista mi vedo tutti i giorni – disse con tono di sfida.

– Non riesco a capire se ci sei o ci fai –

– Oh adesso basta – rispose alterata Penni.

– Ti presenti qui così e pretendi anche di avere ragione? Ma guarda questa – Penelope non capiva perché il ragazzino ombroso le rivolgeva così tante domande.

– Ma dove vivi? – incalzò lui – sicuramente vieni da fuori altrimenti non si spiega – la scrutava accuratamente quasi vedesse davanti a sé un alieno.

– Ma perché mi fissi tanto? – lo interrogò Penelope stanca di essere esaminata.

– Sei strana e diversa, non mi fido di te –

– Se per questo nemmeno io! – sbatté i piedi arrabbiata e incrociò le braccia.

– Senti scusa ma io davvero non avevo mai visto nessuno come te. Sei così, così piena di colori – disse abbassando il tono della voce fino a bisbigliare.

– Tutte queste storie per un po’ di colori! – sobbalzò Penelope.

– Shhhh, zitta. Lo vedi avevo ragione sei proprio matta. Qui non usiamo la parola colori – spiegò chiudendole la bocca con la mano.

Penelope iniziò a ridere a crepapelle con le lacrime agli occhi. Appena si riprese continuò la conversazione.

– Da dove vengo io tutto è colorato, l’erba, il sole, il cielo… –

– Bugiarda! Tu parli di cose che non esistono – la interruppe scettico e convinto di quel che diceva.

– L’erba, il sole, eppure il cielo sono grigi, a volte più scuri e a volte più chiari, ma sempre grigi – proseguì con fare sicuro.

– Assolutamente no, solo qui da voi è così – replicò Penelope che iniziava a capire perché tutti la fissavano tanto.

Un po’ pensoso allora il ragazzino stette in silenzio per un minuto e poi continuò.

– Dai allora raccontami ancora dei colori – disse quasi pregandola.

– I colori sono meravigliosi, credo che siano la cosa più bella che abbia mai visto. Sai persino le persone da dove vengo io sono colorate, ma ognuno a suo modo. Si chiama diversità –

– Le persone? Non ci credo –

– Te lo giuro non ti sto dicendo una bugia. Mio padre mi ha detto che il colore della pelle dipende dalla provenienza, un po’ come me e te –

Gli occhi del ragazzino si illuminarono di un bagliore luccicoso che venne fuori nonostante quel nero intenso.

– Mia madre mi dice invece di non fidarmi di quelli diversi da me. Qui nella Città di Nebulosa abbiamo tutti lo stesso colore, questo ci rende uguali. Il sindaco Nerone da anni ci ricorda che la diversità è una debolezza. Quand’ero piccolo un mio vicino decise di tingere la sua casa di un colore luminoso, prima venne arrestato e poi cacciato dalla città. Ecco perché tutti hanno paura dei colori, non si sa cosa ti può succedere –

– Ma questa è una follia – scoppiò Penelope – vorrei tanto sapere chi è il vostro sindaco per dirgliene quattro

– Non so molto di queste cose perché i miei genitori non vogliono parlarne, ripetendo che sono troppo piccolo per capire. Mio nonno però di nascosto mi ha detto che prima qui nella Città di Nebulosa era tutto diverso, c’erano pure i colori. Tanti anni fa dopo la morte del padre, Nerone diventò sindaco della città e prese in eredità la Fabbrica di Pennarelli della famiglia. La prima cosa che fece fu chiudere tutti i rubinetti d’inchiostro colorato della fabbrica, ci mise dei grossi lucchetti, lasciando aperto solo il rubinetto del colore nero. Da come racconta mio nonno da quel momento in poi la Città di Nebulosa iniziò a sbiadire giorno dopo giorno fino a diventare come la vedi oggi –

– Mmm. Ora si spiega tutto, dobbiamo assolutamente fare qualcosa. Ah dimenticavo come ti chiami? – disse Penelope già pronta all’avventura.

  Giovanni e tu? –

– Pennipè, lui invece è Giordano –

– Oh cavolo! – Giovanni si portò le mani sopra la testa –

– Che c’è ora? Sembra che hai visto un fantasma –

– I piedi di Giordano, i tuoi piedi…ecco sta succedendo, ci resta poco tempo –

Penelope agitata dalle parole di Giovanni si guardò immediatamente i piedi e si accorse che stavano sbiadendo proprio come le zampe di Giordano.

– Giovanni cosa sta accadendo? – disse spaventata.

– State sbiadendo Penni, è troppo tempo che siete nella Città di Nebulosa. Dobbiamo fare qualcosa in fretta o anche voi perderete i colori, restando prigionieri del bianco e nero –

Tutti e tre senza rimuginarci troppo decisero di incamminarsi verso la Fabbrica di Pennarelli. Non avevano studiato alcun piano, ma speravano che strada facendo gli venisse in mente qualche idea per liberare la città dal suo triste grigiore. Usciti dalla Città di Nebulosa percorsero la Strada Sbiadita, ma a ogni passo Penelope e Giordano perdevano un po’ del loro colore. Arrivati alla fine della strada si ritrovarono davanti a un enorme ammasso nero di ferraglia. Dai buchi posizionati sui lati della fabbrica usciva un liquido scuro e denso che dal terreno strisciava fin dentro al fiume che circondava l’intera collina. Si radunarono 

in cerchio e parlottolarono un po’ prima di stabilire un piano comune per agire. La scelta fu questa: entrare nella fabbrica senza farsi vedere da nessuno, trovare i rubinetti dei colori e riaprirli, poi scappare senza voltarsi. Un piano fin troppo semplice. Tutti e tre lo sapevano, ma senza pensare alle conseguenze decisero di iniziare la loro missione. La fabbrica però era piena di operai e guardie poste a sorvegliare i rubinetti. Alla vista di così tante persone Penni e Giovanni capirono che era impossibile entrare senza che nessuno se ne accorgesse. Decisero così di aspettare che giungesse la notte, anzi non essendoci luce nella Città di Nebulosa, aspettarono l’ora in cui tutti dormivano. Penelope e Giordano rimasero a guardia della fabbrica mentre Giovanni tornò a casa per rassicurare i genitori. Sarebbe scappato di lì a poco dalla finestra della sua camera per raggiungere i compagni. Prima di farlo però lasciò un biglietto a suo nonno, spiegandogli cosa lui e l’amica avevano deciso di fare. Giunta l’ora di dormire i tre avventurieri entrarono di soppiatto nella fabbrica da una piccola apertura posizionata sul retro della stessa. Una volta dentro si accorsero delle reali dimensioni di quel gigante ammasso di ferraglia. C’erano così tanti ambienti che era quasi impossibile stabilire dove fossero i rubinetti dei colori. Cercarono senza sosta in tutte le stanze fino a quando in una di queste non trovarono una mappa della fabbrica. La sala controllo si trovava al piano inferiore, nella mappa era segnata con un punto nero. I tre iniziarono a scendere le numerose scale fino a ritrovarsi in uno stanzone pieno di schermi. A ognuno era collegato un computer con la tastiera zeppa di pulsanti.

– E ora che si fa? Come troviamo il pulsante giusto? – chiese Giovanni.

– Aspetta, cerchiamo bene – rispose Penelope.

Perlustrarono lo stanzone in lungo e in largo fino a quando non si accorsero che alla fine di questo c’era una porta blindata.

– Dobbiamo capire cosa c’è dietro questa porta – disse Penni cercando di forzarla. I suoi tentativi furono del tutto vani.

I tre iniziarono così a premere casualmente i pulsanti presenti nella stanza. Schiacciarono un numero infinito di bottoni ma nessuno di questi era risultato essere quello giusto, quella maledetta porta non voleva saperne di aprirsi. Affaticati e delusi dal fallimento iniziarono a prenderla a calci, ma non ottennero altro che piedi indolenziti. Penelope e Giordano sbiadivano ogni istante di più, non gli era rimasto quasi alcun colore addosso.

– Ehilà c’è qualcuno? – una voce li distrasse da quello che stavano facendo.

– Mannaggia! Ci hanno scoperto – i tre compagni spaventati si nascosero in silenzio sotto a un tavolo.

Dalle scale scese un vecchio dai capelli bianchi come la neve.

– Giovanni sei te? – disse con voce rauca.

– Nonno ma che ci fai qui? – uscì Giovanni dal tavolo, tranquillizzando gli altri due e facendogli cenno di seguirlo.

– Ho portato un po’ di amici per darvi una mano, siamo qui per aiutarvi –

Dietro al nonno di Giovanni si materializzò una schiera di ombre nere, erano gli abitanti della Città di Nebulosa. Uno di loro si mise subito davanti agli schermi dando indicazioni agli altri su cosa fare. Con qualche scricchiolio di troppo la porta blindata si aprì.

– Forza! – incitava uno – tra poco scatterà l’allarme –

– Tu vai dall’altra parte, muoviti – diceva un altro.

E tutti dentro quello stanzone, a due a due, circondarono i rubinetti per aprirli. Erano duri, ma la forza e l’unione riuscì a vincere. Nell’aprire l’ultimo rubinetto si sentì una sirena stridula e fastidiosa, l’allarme era scattato. Finita l’operazione iniziarono a correre per raggiungere le scale, arrivando così all’uscita della fabbrica. Fuori c’era ancora più gente di quanta se ne potesse contare dentro. La Città di Nebulosa se ne stava riunita di fronte all’enorme ammasso di ferraglia. Al suono dell’allarme arrivarono su quel campo di battaglia grigiastro anche le guardie con a capo il sindaco Nerone. Alla vista di tutte quelle persone, che gridavano giustizia, il farabutto ebbe così tanta paura da darsela a gambe. Sicuramente non sarebbe tornato indietro. Il liquido denso e scuro che usciva dai fori della fabbrica iniziò a diventare di mille colori. Piano piano ogni cosa riprese a splendere. Perfino le guardie, così contente di non dover più vedere quel triste grigiore, ruppero le righe per unirsi alle loro famiglie schierate dalla parte degli abitanti. Una pioggia di colori cominciò a scendere, dipingendo tutto.

– Pennipè grazie per quello che hai fatto per la nostra città – le si avvicinò il nonno di Giovanni tenendo stretta la mano del nipote – da troppi anni ormai la paura ci aveva reso grigi e diffidenti. La nebbia era scesa anche nei nostri cuori. Grazie a voi tre ora siamo liberi –

Penelope contenta ed emozionata alla vista di tutti quei sorrisi variopinti si mise al centro della folla e si schiarì la voce.

– Cari cittadini della Citta di Nebulosa, da dove vengo io tutto è pieno di colori. Il mondo è come il mio astuccio di pennarelli. Anche le persone sono come i pennarelli: ci sono quelle rosa come me, quelle marroni, quelle gialle e forse verdi, anche se io a essere sincera non le ho mai viste. É solo una questione di sfumature, non c’è da aver paura. Si chiama diversità e non è una debolezza. Anzi è una ricchezza, significa che ognuno di noi ha qualcosa di speciale, unico e irripetibile. Questo ci rende diversi ma uguali. Proprio come i miei pennarelli. Per fare un bel disegno c’è bisogno di tanti colori differenti, così come nel mondo c’è bisogno di ognuno di noi con il suo particolare inchiostro. La bellezza sta nelle sfumature, siamo meravigliosi perché diversi –

Un lungo scroscio di applausi e un arcobaleno di persone felici. Giovanni le tirò un fiore, di un rosa ancora pallido ma bellissimo.

– Ehi dormigliona, buongiorno – la nonna era vicino al letto con il vassoio della colazione. Penelope non capì subito di trovarsi nella sua cameretta, aprì gli occhi piano e venne sommersa dal rosso della maglia della nonna Carmela e da mille altri colori presenti nella stanza.

– Finalmente i colori – esclamò.

La nonna fece una smorfia, non capendo di cosa parlasse la nipote.

– Nonna ho fatto un sogno assurdo, stavo nella Città di Nebulosa e il sindaco Nerone aveva chiuso i rubinetti dei colori, era tutto nero e scuro – disse parlando velocemente.

– Ho incontrato Giovanni, insieme siamo andati nella Fabbrica di Pennarelli e poi abbiamo colorato la città con tutti gli abitanti e… – continuava a raccontare senza prendere fiato.

– Penni ora mangia, poi mi racconti meglio il tuo sogno –

Appoggiato sulle travi di legno camminava un ragnetto, la nonna prese subito il tovagliolo per catturarlo e gettarlo in giardino.

– Lascialo nonna è solo un ragno – la fermò Penelope.

– Ma tu non avevi paura dei ragni? – chiese sua nonna.

– Sì prima, ma ora ho imparato che si ha paura solo di quello che non si conosce. É da stupidi avere paura del diverso –

– Brava la mia coraggiosa! Cosa vorresti fare oggi? –

– Colorare! – strinse il fiorellino rosa tra le mani e sorrise.

Dopo colazione con calma avrebbe spiegato a sua nonna la storia dei pennarelli. Nonostante la nonna Carmela fosse speciale era pur sempre un adulto. E si sa che con gli adulti ci vuole molta più pazienza che con i bambini.

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